Solari: impariamo a leggere le etichette (e proteggerci meglio)

06/07/2021

La pelle esposta al sole ha bisogno di una protezione adeguata. Sappiamo esattamente come comportarci?

Anni fa, la parola chiave era ‘abbronzatura’. Nell’estate 2021, dopo più di un anno di pandemia, il concetto più importante è invece ‘protezione’. Potremmo riassumere così il cambiamento di prospettiva, ma non sarebbe giusto nei confronti della scienza dermatologica e cosmetologica, ovvero il dietro le quinte dei solari. Per renderci conto, basta osservare le confezioni, etichette e INCI parlano e rispondono agli standard di sicurezza severi e restrittivi delle Raccomandazioni della Commissione Europea.

Il testo integrale è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Europea (22 settembre 2006, n. 2006/647/CE) e riguarda proprio l’efficacia dei prodotti di protezione solare e le relative indicazioni. Lo scopo di questa raccomandazione è di assicurare un livello elevato di tutela della salute dei consumatori nella formulazione  dei prodotti solari, ma non soltanto, perché fornisce le regole per una corretta esposizione. Un punto importante è che tali linee guida indicano nell’SPF 6 per i raggi UVB e nell’indice UVA pari o superiore a 1/3 di quello UVB, i valori minimi d’efficacia per i prodotti di protezione solare. Inoltre, il valore di SPF deve essere espresso utilizzando quattro categorie di protezione (bassa, media, alta e molto alta) e otto valori: bassa pari a 6 o 10media pari a 15 o 20 o 25alta pari a 30 o 50molto alta pari a 50 +. Non è infatti più ammessa la dicitura ‘protezione (o schermo) totale’.

 

 

Non solo raggi UV

UVA e UVB sono molto diversi e causano danni specifici. Il modo più semplice per distinguere queste due radiazioni è infatti associare A con ‘age’ e B con ‘burn’:

-          i raggi UVA sono quelli che, negli anni, favoriscono il fotoinvecchiamento. Sono i più subdoli, perché agiscono in un modo che non si palesa se non quando è tardi.

-          I raggi UVB sono quelli che invece provocano le scottature. Il fattore di protezione solare, indicato con SPF (Sun Protecting Factor) o IP (Indice di Protezione) determina quanto una formula è in grado di schermare la pelle soltanto dai raggi UVB. Ma è obbligatorio indicare anche quanto protegge dagli UVA.

Con gli UV abbiamo però risolto soltanto il 10% circa dei raggi solari: il restante 90% è composto dalla luce visibile a occhio nudo e dagli infrarossi. Sui solari più recenti è comparsa infatti anche la dicitura ‘IR’ che sta proprio per ‘infrared’. Questi raggi danneggiano soprattutto i vasi sanguigni e colpiscono in modo particolare chi ha la pelle chiara o soffre di fragilità capillare. Non c’è ancora una normativa precisa a riguardo, ma possiamo verificare che il cosmetico contenga sostanze schermanti (che in genere sono fisiche, come microcristalli minerali) ed è molto utile, in ogni caso, assumere integratori vasoprotettori.

 

solari ultra-protezione

 

Blue Beauty: formule ‘coral friendly’ e ‘reef safe’

Una volta applicata la crema solare sul corpo, quando facciamo il bagno in mare la portiamo nell’acqua e, alla lunga, questa sostanza si deposita sui fondali marini. Un’accortezza è senz’altro preferire formule water-resistant (non è invece possibile che un solare sia realmente waterproof), ma da alcuni anni ci sono quelle prive di filtri controversi o ritenuti nocivi per l’ambiente marino (oxybenzone e octinoxate) che minacciano ogni anno migliaia di coralli. Le nuove formule ecofriendly contengono solo filtri UVA e UVB di ultima generazione rispettosi di flora e fauna marina e riportano diciture come ‘coral friendly’ e ‘reef safe’, nonché l’eventuale certificazione Ocean Protect.

Per completezza di informazione, aggiungiamo che il declino dell’ambiente marino è causato principalmente dal global warming e dal comportamento irresponsabile dei turisti che staccano interi rami di coralli come se fossero souvenir.

doposole

 

Scritto Da: Annalisa Betti