Tra le onde della Blue Beauty. Per festeggiare la Giornata internazionale del Mediterraneo

08/07/2021

L’8 luglio si rinnova l’appuntamento con la Giornata internazionale del Mediterraneo, un ecosistema ricco di biodiversità ma sempre più a rischio inquinamento e sfruttamento delle risorse naturali. Anche in difesa del quale il mondo della bellezza si mobilita con prodotti e iniziative che prendono il nome di Blue Beauty. Un’onda che da qualche tempo sta trascinando produttori e consumatori verso una maggiore consapevolezza sull’impatto che formule e packaging possono avere sulla vita dell’ecosistema marino.

Una tendenza da cavalcare subito poiché, se non invertiamo la rotta, nel 2050 potrà esserci più plastica che pesci negli oceani (il Mediterraneo pur rappresentando l’1% delle acque mondiali, contiene il 7% della microplastica marina). Il termine Blue Beauty è stato coniato nel 2017 da Jeannie Jarnot, fondatrice del brand Beauty Heroes e promotrice della prima campagna per ripulire la spiaggia di Oahu alle Hawaii. Da allora sempre più aziende si stanno concentrando sulla formulazione di prodotti toxic-free per specie marine e coralli.

Occhio alla polvere di plastica!

Secondo l’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) ogni chilometro quadrato di oceano contiene in media oltre 63 mila particelle di microplastica. E molte di queste, sotto i 5 millimetri, sono presenti nei prodotti cosmetici, dal make-up glitterato alle creme anti-età. Quando queste microsfere finiscono nel mare non solo danneggiano la flora e la fauna marina, ma diventano anche il pasto dei pesci di cui ci nutriamo. La buona notizia è che l’Italia è tra le prime nazioni in Europa, insieme al Regno Unito, ad aver messo al bando dal gennaio 2020 le microplastiche dai cosmetici da risciacquo: saponi, creme, gel esfolianti, dentifrici.

Ma la normativa non vale per tutti i prodotti per la cura del corpo! Come fare quindi ad avere una maggiore tutela degli oceani e le sue forme di vita? Il primo passo è saper leggere l’etichetta evitando quei prodotti che contengono, come stilato dall’Unep, Polietilene (PE), Polimetilmetacrilato (PMMA), Nylon, Polietilene tereftalato (PET), Polipropilene (PP), e optando il più possibile per prodotti biodegradabili, ossia che si sciolgono al contatto con il terreno o con l’acqua.

In difesa della barriera corallina

“Sotto accusa” ci sono anche le creme solari. In particolar modo sostanze chimiche come l’ossibenzone e l’octinoxate presenti nella maggior parte dei 14mila tonnellate di filtri solari che ogni anno vengono rilasciati nei mari tropicali da bagnanti e subacquei. Che danni provocano all’ecosistema marino? Secondo uno studio pubblicato dai ricercatori dell’Università della Florida quest’ingredienti sono responsabili dello sbiancamento dei coralli e ne mettono a rischio la longevità. La domanda che nasce spontanea allora è: salviamo la pelle dai raggi ultravioletti o difendiamo l’ambiente?

Le Hawaii hanno preso posizione e dall’inizio del 2021 hanno vietato la vendita e il consumo di creme solari contenenti i due ingredienti tossici. Mentre per il resto del mondo quando si tratta di acquistare una protezione solare “Reef safe la chiave è scegliere una protezione solare minerale o fisica, composta da ingredienti attivi come il biossido di titanio o l’ossido di zinco, che non vengono assorbiti dalla pelle e non hanno effetti negativi sull’ambiente.

 

Scritto Da: Monica Piccini